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DOMODOSSOLA- 11-12-2020-- C'è tutto l'amore di Gianpaolo Fabbri per la montagna nel libro che racconta 237 escursioni, in uscita tra pochi giorni da Grossi Editore.

Gianpaolo Fabbri, nato a Domodossola nel 1949, va in montagna dall'età di sei anni, la sua attività alpinistica impegnativa risale al periodo dai 14 ai 19 anni, nel gruppo del Monte Rosa, accompagnato dalla guida alpina Luciano Bettineschi "il gatto del Rosa". Dal 2004 fa parte del gruppo dei Trotapian, escursionisti ed amici.

Descrive le sue gite per divertimento e per dare qualche suggerimento utile a chi non conosce le montagne del nostro territorio, ma anche per denunciare le attività umane "che mancano di rispetto alle bellezze che abbiamo avuto in dono dal buon Dio e che non sempre ci meritiamo": "La realizzazione della raccolta di gite che presento in questo libro- spiega Fabbri- è già di per sé una grande soddisfazione personale ed è il coronamento del mio piccolo sogno di raccogliere le belle esperienze vissute in montagna negli ultimi anni con un fantastico gruppo di amici. I racconti sono dedicati a chi, come me, ama sinceramente le proprie montagne, mantenendo sempre un occhio vigile e critico sui tanti misfatti che l’ignoranza umana continua a pensare e realizzare ai danni dell’unica vera ricchezza che ci resta".

Ecco la nota introduttiva e la presentazione di Paolo Crosa Lenz. Grazie!

Andar per monti
L’idea alla base di questo libro è che andare in montagna è bello. Camminare con fatica, avendo come unica ricompensa la contemplazione e l’amicizia. Un’idea semplice e sempre più condivisa. Conosco Gianpaolo Fabbri da molti anni; con lui ho condiviso avventure semplici e vere per monti, boschi e rocce; molte volte siamo tornati stanchi e abbiamo sorriso davanti ad un boccale di birra. In montagna si va quando si è felici (con gli altri in prolungate scorribande vocali); si va da soli quando bisogna fare qualche conto con se stessi (“Un uomo solo e un vecchio cane / vanno nel meriggio alla campagna …”); si va in due quando bisogna fare pace.

L’alta montagna è fatta di rocce. In questo regno minerale, apparentemente immobile e inanimato, madre natura ha costruito le sue architetture più belle. È un mondo vivo, animato dallo scorrere dei ghiacciai e dal fragore delle valanghe, vivificato dall’ultima flora pioniera e dagli animali delle altezze. Gli alti monti coperti di nevi (sempre meno “eterne”) ricordano Dino Buzzati: “Altri sono giunti da lontano e hanno conosciuto le strade della pianura. Ma ormai le hanno dimenticate, le vie infinite e polverose, bruciate dal sole. Laggiù non c’era ombra né vento e rare erano le fontane.” Lago, collina e montagna: il Verbano Cusio Ossola è terra di acqua, boschi e ghiacci.

In pochi chilometri in linea d’aria si passa dalla dolce armonia dei laghi prealpini (il Lago Maggiore, d’Orta e di Mergozzo) alle severe solitudini del Monte Rosa, la seconda montagna d’Europa. Un luogo unico in Italia. Queste terre Gianpaolo Fabbri non le ha percorse da solo, ma con un gruppo di amici che si chiamano Trotapian (anche qui una sottile ironia!). Per vent’anni sono andati “in giro” tutti i giovedì dell’anno. Solo il coronavirus li ha fermati. La loro esperienza è una realtà dell’Italia di oggi, un paese di vecchi che sono ancora giovani. Un tempo si andava in montagna la domenica e sotto l’egida del CAI che organizzava le gite. Oggi, sempre più, gruppi informali e svincolati dalle associazioni alpinistiche frequentano le montagne tutti i giorni della settimana e tutte le stagioni dell’anno.

Questo grazie a pensionamenti giovani (oggi un sogno del passato!), per qualcuno grazie alla crisi, per tutti grazie ad una cultura nuova che vede nella frequentazione della montagna un’occasione per costruire buoni rapporti di amicizia e di solidarietà che vanno oltre il tempo e lo spazio dell’escursione. Questi “nuovi alpinisti” non sono gente che va in giro con gli occhi bendati. Cambia la società e cambia la montagna. Non sempre in bene. Nelle cronache d’ascensione di Gianpaolo Fabbri c’è anche uno sguardo critico su un “nuovo” uso del territorio e sui problemi che esso pone: il proliferare di strade pagate con soldi pubblici e usate privatamente, la menzogna delle “piste agro pastorali” (in realtà accessi a seconde case), torrenti e ruscelli sempre più asciutti indice di un bene pubblico (l’acqua) che produce enormi profitti privati.

La montagna è una natura amica e, per dirla con le parole del grande vecchio Mario Rigoni Stern, “un mondo da (ri)conquistare per vivere meglio”. Anche un mondo da difendere da nuovi pirati e speculatori. Nelle parole su carta di Gianpaolo Fabbri c’è anche questo: scalare le montagne non è solo momento ludico, ma anche libera scelta di impegno sociale, capacità di denuncia del male che sta accadendo sui nostri monti e coraggio di presa di posizione.

È scomodo farlo, comodo non farlo. In questo libro c’è una scoperta dei nostri monti non attuata con il telecomando della TV o un click digitale, ma con gli scarponi e lo zaino, mezzi antichi e sempre nuovi che la montagna richiede per essere vissuta. Sempre più oggi la montagna si presenta come un mondo “altro”, differente da quello metropolitano, fatto di tecnologia, sguardi mediati da uno schermo, facili comodità e reali paure. La montagna, con le sue incertezze meteorologiche, i percorsi accidentati, le precarietà logistiche, impone di guardare i giorni in modo diverso. I muscoli delle gambe e la capacità di leggere un sentiero diventano più importanti di un cellulare di ultimo modello. La montagna impone di resistere anche ai limiti dell’età, a “non mollare”. È un cammino incerto quello degli alpinisti della modernità ipertecnologica e del clima “impazzito”. Roba da Terzo Millennio. La recente pandemia impone la consapevolezza della necessità di modificare i nostri stili di vita.

La salubrità della montagna ci aiuta a restare soli per salvarci tutti. Oggi dobbiamo andare in montagna in modo nuovo: incontri e saluti quei vecchi “lupi di monte” che continuano a percorrere imperterriti e soli i sentieri usati. C’è un’immagine straordinaria e simbolica in questo libro. È quella di uno stambecco solitario con un corno solo, fotografato sugli strapiombi sotto la vetta della Punta d’Aurona all’alpe Veglia. Quel corno rotto forse è stato spezzato nelle feroci lotte per l’affermazione del capo branco e la conquista del diritto all’accoppiamento durante la stagione degli amori. Un inno alla vita.

Nelle parole di Gianpaolo Fabbri non ci sono solo passi o meraviglia stupita per la natura, ma anche critica e partecipazione sentita al futuro dei nostri monti. Responsabilità collettiva per il mondo che lasceremo a figli e nipoti. Le sue cronache (i suoi “pensieri corsari”) ci danno speranza nel futuro della nostra terra e non ci fanno sentire soli. Al fondo di questo libro c’è un motivo che lo percorre: il canto della bellezza dei nostri monti, della grandezza di madre natura, l’inno alla coesistenza pacifica di uomini, boschi, animali. Un moderno “cantico delle creature”, leggero e sorridente, che offre momenti di serenità alla nostra frenetica quotidianità. Di questo dobbiamo essere grati all’autore".