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VIGEZZO- 06-09-2020-- Gita del 20 settembre 2003.

Sembrerà strano, ma questa bellissima e caratteristica montagna, la seconda della val Vigezzo con i suoi 2430 metri, non l’avevo mai presa in considerazione. Questa splendida estate 2003, troppo “splendida”, ci regala però il 20 di settembre un’altra meravigliosa giornata e l’occasione di tentare l’ennesima “prima”. Sergio è in convalescenza ed abbiamo quindi nominato Giuseppe “coordinatore tecnico” ad interim. Suo è l’incarico di proporre la gita e di diramare le convocazioni. Lo svolge con diligenza e con la giusta riservatezza, memore della ben nota legge sulla privacy, ed è così che ci presentiamo a casa sua alle 6.40, convinti di essere diretti alla Scheggia. Soltanto lì, accertatosi che nessuno ci abbia seguiti, ci rivela la vera meta della spedizione: la Pioda di Crana.

Fanno parte del gruppo, oltre al coordinatore ed al sottoscritto, Antonio, Egidio e Mariano. Scendendo da Arvogno al ponte sul Melezzo, dove lasceremo l’auto, osserviamo la nuova seggiovia che consentirà di sfruttare la bella pista di sci che scende dalla Piana. Ci domandiamo soltanto dove si posteggeranno le eventuali auto, oppure se gli sciatori saranno costretti a risalire in seggiovia alla Piana per poi scendere di là in ovovia, oppure se ci sarà un servizio “navette”. Comunque qualcuno avrà già risolto il problema ed è inutile che ce ne preoccupiamo noi. E poi, dopo il “bijou” del previsto collegamento Bognanco – Lusentino, questo, per noi ossolani, sarà un problema secondario. Alle 7.30 ci avviamo, seguendo inizialmente la strada, poi mulattiera, per il passo di Fontanalba. La breve strada, come quasi tutte le strade montane italiane, è uno dei tanti esempi di opera di distruzione anziché di costruzione. Ci si preoccupa soltanto di aprire il percorso senza ripristinarne i margini, perché l’importante è fare presto e spender poco. A spendere il resto, per riparare successivamente i danni dovuti alla mancanza di muri, di adeguate canarole e di solidi ancoraggi del terreno per l’abbattimento inutile di alberi, ci penseranno i posteri, chiamati anche contribuenti. Chissà perché i nostri vicini svizzeri preferiscono spendere di più subito, facendo le cose bene, anche dal punto di vista estetico? E chissà perché alla fine spendono globalmente molto meno, facendo delle costruzioni che durano nel tempo, anziché delle distruzioni? E chissà perché noi facciamo le strade con i soldi di tutti e poi le riserviamo a pochi eletti? E chissà perché chiunque, o quasi, abbia una casetta o una baita riesce a trovare il modo di far arrivare la strada a pochi metri da casa, sempre con i soldi del contribuente? Sono, ovviamente, considerazioni di carattere generale: niente di personale nei confronti di chi ha costruito la strada che stiamo percorrendo.

Dopo un quarto d’ora si lascia sulla destra la suddetta mulattiera e si raggiunge rapidamente l’alpe Borca. Segue un bellissimo bosco di faggi dove sicuramente, come conferma Giuseppe, non sono mai esistiti funghi, neppure in autunno. Al termine del bosco ci concediamo una breve sosta fotografica, con la scusa del panorama stupendo. Comunque non più dei soliti cinque minuti. Si riparte su un sentiero ben segnato, ad alto rendimento, in presa diretta sulla dorsale che separa il versante verso la Scheggia da quello verso il passo di Fontanalba. Si tratta di terreno elementare, da percorrere però con attenzione, soprattutto in discesa, perché i pendii molto ripidi di erba secca che lo contornano sono trappole per topi. In questo tratto incontriamo un maturo signore, barba e capelli bianchi, che scende quasi di corsa dalla vetta in scarpe da tennis, calzoncini corti, golf allacciato alla vita e niente zaino. Trattandosi di zona asciutta, senza traccia di acqua, gli vorremmo chiedere se è originario del Sudan. E poi mette in crisi le nostre belle teorie su attrezzatura, alimentazione, sicurezza ed altro.

Torniamo sulla terra e, dopo un’altra lunga sosta di un minuto, il nostro coordinatore tecnico, che morde il freno fin dalla partenza, opera uno dei suoi proverbiali allunghi, senz’altro per studiare il tragitto mancante e metterlo in sicurezza. Cerco di stargli dietro, inutilmente. L’unico risultato è che alle dieci in punto, alla faccia del tempo indicato sul cartello sotto l’alpe Borca, mi trovo, insieme agli altri escursonisti “normali”, praticamente in vetta. Mancano solo il passaggio “chiave” e gli ultimi tre minuti di sentiero. Si tratta di una traversata di pochi metri, esposta, ma senza alcun problema in caso di roccia asciutta. Giuseppino, però, conoscendo la mia prudenza, mi ha preceduto proprio per prepararmi un’imbracatura di sicurezza, costituita da un cordino con nodo scorsoio ad un’estremità e pietra di qualche chilo ben fissata all’estremità opposta: mi consiglia di fissarla al collo e lanciare nel vuoto la pietra in caso di attacchi terroristici. Solite foto e dopo pochi minuti siamo in vetta, anche senza l’imbracatura di Giuseppino, il solito burlone.

Panorama indescrivibile e sosta quasi normale, visto il tempo guadagnato in salita grazie alla previdenza del coordinatore tecnico. Memore di recenti esperienze (vedi Pizzo Ton), declino il cortese invito dello “Yankee” a percorrere in discesa un nuovo itinerario (a lui ben noto!!), una specie di versante sud – ovest, e decido democraticamente di ripercorrere la via di salita, ripassando così per il “punto chiave” con stile un po’ migliore. Tanta “democratica” sicurezza mi è data dal fatto di avere in tasca le chiavi dell’auto, non rischiando così un rientro a Domo a piedi o con mezzi pubblici. Scendendo studiamo per la prossima volta un itinerario di discesa diretta sull’alpe “i Motti”, che dalle relazioni risulta percorribile. Raggiunta l’alpe per “la via normale” finalmente pranziamo, in un angolo paradisiaco, in riva ad un torrentello con vista sulla Pioda e temperatura estiva, ma di quelle sopportabili. Durante la lunga pausa, a stomaco pieno di solidi e liquidi, Antonio sottopone i professionisti del gruppo ad un severissimo test di cultura alpinistica sulla scelta del nodo ottimale in funzione delle situazioni. Ne nasce una vivace ed interessante discussione alla quale non sono all’altezza di partecipare, prediligendo una breve ma intensa pennichella sul morbido prato.

Nonostante la vista annebbiata, durante la discesa lungo la bella mulattiera che scende ad Arvogno, il mio sguardo incrocia due bellissimi porcini che il coordinatore tecnico ha sicuramente visto per primo, ma preferisce lasciare agli amici. Verso le sedici l’anello si chiude al ponte sul Melezzo. In attesa del rientro di Sergio, progettiamo già la prossima uscita, grati al coordinatore per non aver studiato, almeno oggi, una “prima” in discesa.

Gianpaolo Fabbri

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