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schiavone romanzo

STRESA - 23-07-2020 -- Secondo appuntamento

virtuale con l’autore per il Premio Stresa di narrativa. Stasera alle ore 21 si presenta Alberto Schiavone, finalista con il romanzo “Una dolcissima abitudine”. L’incontro è visibile sulla piattaforma zoom al seguente indirizzo https://zoom.us/j/94064757383?pwd=ai9OMk5TcTk3Z09CNUJSNGhkUUpYZz09Sui (Meeting Id: 940 6475 7383; password: 664843). Di seguito ne proponiamo la recensione.

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La protagonista del romanzo di Alberto Schiavone riporta alla luce l’eterna questione che condanna in pubblico e sostiene in privato gli interessi sommersi che ruotano intorno alla prostituzione e alla criminalità organizzata. Piera Cavallaro è nata a Torino nel 1942 ma la storia della sua vita incomincia nell’età dell’adolescenza, quando cambia il suo nome in Rosa e inizia ad esercitare il mestiere della madre analfabeta.

Rosa impara a prostituirsi guardando da uno spioncino i diversi servizi che la madre Renata offre ai sui clienti e in breve tempo viene richiesta la sua prestazione proprio per la sua giovane età.

Angelica, la sorella di Rosa, è dedita a studiare per interrompere un’eredità scomoda e ineluttabile. L’autore annota nel romanzo la data della nascita del bambino partorito da Rosa, un anno prima che entrasse in vigore la Legge n.75, del 20 febbraio 1958, promossa della senatrice Lina Merlin che abolisce la regolamentazione della prostituzione, chiudendo le case di tolleranza.

Appena nato, il bambino di Rosa è venduto da Renata al poliziotto Capramozza in cerca di un figlio che non arriva dalla moglie Beatrice. Capramozza riscuote da Renata una tassa mensile in cambio della possibilità di praticare il mestiere senza cadere nelle mani di protettori aguzzini.

Il poliziotto foggiano prepara il piano per far sembrare la gravidanza di sua moglie vera e ordina alle due donne, che non si conoscono, di vivere lontane da occhi indiscreti. Rosa parte per Savona e viene accudita dai cugini di Capramozza fino al parto che avviene a Torino il 10 gennaio 1959. Renata e Rosa diventano intolleranti l’una verso l’altra e Rosa scappa di casa per trasferirsi con Lilì, conosciuta per caso davanti ad un locale della città. Lilì è una meretrice che insieme a Gibbo, il suo protettore, accoglie la giovane mestierante senza esitazione. In tempi brevi la prostituzione e lo spaccio di stupefacenti diventano gli interessi principali di Gibbo.

Quando Lilì muore in ospedale, dopo un agguato in cui tentarono di darle fuoco, Rosa diventa la prima donna di Gibbo fino a quando sceglie di abbandonarlo per sentirsi libera da vincoli. Da quel momento si lascia amministrare da Giovanni Maria Carovio, uno scaltro commercialista, innamorato di lei.

Rosa riceve molti regali preziosi dai suoi avventori facoltosi e affezionati, tra cui anche ville e opere d’arte, lei in cambio soddisfa ogni loro vizio. Con il passare degli anni Rosa ritrova sua sorella Angelica, un’insegnante sposata con Carlo, un uomo per bene, il motivo di questo riavvicinamento è la madre che è in procinto di morire. Renata cerca il perdono della primogenita che non scende a compromessi con i sentimenti. Rosa ritorna a vivere la sua vita con un pensiero ricorrente, il figlio venduto che non sa della sua esistenza ma di cui lei conosce ogni spostamento. Tra i vari interessi curati da Giovanni Maria Carovio ci sono degli appartamenti comprati e in affitto nello stabile dove vive il figlio di Rosa. In via Porpora Rosa conosce Isabel, una vicina di casa che per professione fa la maga e che amichevolmente le salva la vita. Isabel è veggente ma Rosa è restia alle confidenze.

Un giorno Isabel sparisce e da quel momento Rosa non sa più nulla di lei. Non bastano i ritocchi chirurgici ad allontanare la vecchiaia che avanza, di soldi ne ha fatti tanti da poter vivere nell’agiatezza ma la solitudine fa crescere in Piera Cavallaro il rimorso. Vorrebbe presentarsi al figlio che piange una madre morta in una tomba finta comprata da Capramozza, una madre adottiva, Beatrice, morta in uno un ospedale psichiatrico perché impazzita e non sa nulla invece della sua madre vera, quella di cui vergognarsi, perché una prostituta.

Alberto Schiavone, con sottile ironia, fa emergere, nella stesura del testo, quanto le leggi di uno Stato spostano i problemi senza ottenere una vera risoluzione; la legge Basaglia del 1978 chiude i manicomi ma apre i reparti specializzati nelle strutture ospedaliere, la legge sull’aborto del 1978 istituzionalizza la preesistente pratica clandestina, la legge contro la violenza sulle donne del 2013 non ha ridimensionato il numero dei maltrattamenti finiti in omicidio. “Chi decide cosa si diventa”, dice l’autore del romanzo “Una dolcissima abitudine”, si segue una direzione, per emulazione, sperando che sia quella giusta.

Monica Pontet*

*docente, scrittrice pubblicista