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viola di grado

STRESA - 16-07-2020 -- Inizia stasera

alle 21, nell’inedita versione virtuale causa Covid-19, la presentazione dei cinque romanzi finalisti del Premio Stresa di narrativa 2020. Gli incontri con l’autore si svolgeranno on-line. Sarà possibile assistere e partecipare utilizzando l’applicazione di messaggistica gratuita “Zoom” su pc al link https://zoom.us/j/94064757383? (password ai9OMk5TcTk3Z09CNUJSNGhkUUpYZz09Sui), e su smartphone tramite la app dedicata (le coordinate: meeting ID - 940 6475 7383; password 664843).

Il primo romanzo è “Fuoco al cielo” di Viola Di Grado (nella foto), edito da La nave di Teseo), di cui vi proponiamo la recensione.

La storia del romanzo di Viola Di Grado irrompe come un’esplosione della quale le parole sono come sottili particelle invisibili che oltrepassano l’epidermide e si propagano nel pensiero del lettore espandendosi fino a contaminare la coscienza.

L’autrice muove i personaggi del suo romanzo in uno scenario storico legato al disastro ambientale accaduto nel 1957 a Kyshtym, una cittadina a sudest dei monti Urali che, come Three Mile Island negli Usa, Černobyl’ in URrss, Fukushima in Giappone, vede morire i propri abitanti sotto le scorie invisibili delle particelle esplose dai reattori nucleari e vede nascere creature mostruose e deformi. La “citta segreta” è il nome del luogo dove è avvenuto l’incidente nucleare di Kyshtym e i suoi effetti catastrofici, che perdurano nel tempo, si vedono anche a 70 Km.

Tamara Vasil’evna Prosvirina è un’insegnante di scienze alla scuola elementare di Musljumovo e quando conosce Vladimir Faritovič Nurtdinov prova un sentimento d’amore a prima vista. Vladimir è infermiere all’Ospedale di questo villaggio maledetto e avrebbe dovuto trattenersi pochi mesi, ma travolto dalla passione per Tamara, rimarrà per molto tempo a lei legato. La famiglia di Vladimir vive a Mosca e non approva la relazione del figlio, una storia d’amore che si consumerà in una doppia tragedia. Vladimir vorrebbe portare via Tamara da quel luogo dove, fa notare l’autrice, “la realtà è orrenda” al punto che “non si può tenere sempre in testa e bisogna scioglierla nell’acido e diluirla”. Tamara era rimasta orfana dei suoi genitori quando entrambi scelsero di lavorare per lo Stato raccogliendo campioni di scorie dal fiume per i laboratori che analizzano la radioattività dell’acqua. Tra i litigi, i ripetuti abbandoni e i ritorni, i due amanti proseguono una vita che li allontana ogni giorno di più l’uno dall’altra; Tamara lascia il suo lavoro per dedicarsi a Vladimir ma quasi subito si accorge dello sbaglio; lui la vede, ogni giorno di più, consumarsi nella sua angoscia. A 39 anni, con un figlio nel grembo, Tamara non riesce ad appellarsi ai suoi ricordi per trovare pace e litiga con Vladimir all’inverosimile: non vuole vivere quella gravidanza e non vuole quel figlio con un destino segnato ancor prima di venire al mondo.

Nell’ospedale di Musljumovo i nascituri sani sono rari e le malformazioni sono di ogni specie. Vladimir è speranzoso fino alla fine quando il medico Lazar gli comunica che il suo bambino è nato morto. La disperazione di Tamara si trasforma in follia, dopo il parto la perdita del bambino diventa la sua ossessione patologica; i ricoveri nel reparto psichiatrico non aiutano una mancata madre che si addentra nella foresta per salvare un essere viscido e alieno che diventa lo scopo della sua esistenza al capolinea. La nipote Klara avvisa la zia di essere considerata una pazza disperata da tutta la gente del villaggio. Tamara, al tredicesimo giorno del suo rinnovato ricovero, stacca i legacci che la immobilizzano nel letto ospedaliero e scappa nella notte fino a quando viene investita e uccisa da una vettura guidata dal medico Lazar.

Vladimir prepara le sue valigie per tornate a Mosca e sente la presenza dell’esserino mostruoso accudito da Tamara cui lei aveva dato il nome del figlio morto, Alešen’ka. Il dramma nel dramma di questa storia d’amore e morte fa risuonare il sentimento dell’ostinazione irremovibile che vivono i due amanti; nonostante l’evidenza entrambi si rivoltano contro la realtà con impeto e con violenza fino ad autodistruggersi reciprocamente. Per sentirsi vivi in una citta abbandonata dalla vita bisogna essere pazzi e se non basta bisogna fare uso di stupefacenti per sopportare il dolore della desolazione. Non è possibile alleggerire il peso del rimorso quando la realtà si impone sbriciolando ogni frammento di speranza per il futuro.

Monica Pontet

* docente, scrittrice pubblicista