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tunnel sempione antica uomini

ISELLE- 22-04-2020--A fine aprile del 1945

si concludeva anche in Italia la Seconda guerra mondiale e, convenzionalmente, si ricorda l’evento il giorno 25 festa della Liberazione nazionale, anche se quest’anno l’emergenza Covid19 ha costretto i promotori di tante manifestazioni a rivedere i programmi.

Ma in questa ricorrenza è da citare anche un evento accaduto pochi giorni prima della Liberazione, esattamente nella notte fra il 21 ed il 22 aprile 1945 nei pressi della stazione ferroviaria di Varzo, a pochi chilometri dal confine svizzero, quando con una ardita azione alcune formazioni partigiane operanti in zona con la determinante cooperazione dei servizi segreti elvetici riuscirono ad attuare il salvataggio del tunnel ferroviario del Sempione.

Negli ultimi giorni di guerra i comandi tedeschi avevano previsto la distruzione di numerose infrastrutture prima della ritirata, tra cui la galleria del Sempione e, per questo, al casello ferroviario 12 di Varzo erano depositate oltre una trentina di tonnellate di tritolo e un quantitativo di proietti da marina, mentre al portale dell’imbocco italiano del tunnel gli “Eisenbahn Pioniere” ovvero genieri ferroviari tedeschi lavoravano per l’adeguamento delle vecchie camere da mina, nell’intento di bloccare così per un certo tempo i transiti ferroviari sotto le Alpi.

Formazioni partigiane operanti in zona, servizi di informazione resistenziali e servizi segreti svizzeri si attivarono per neutralizzare il pericolo, evitando oltretutto un intervento aereo di bombardieri alleati che, data la conformazione della valle, avrebbe quasi sicuramente distrutto l’abitato di Varzo.

Dietro l’azione di quella notte di aprile c’era infatti un grande lavoro di intelligence, del SIMNI, che operava per la Resistenza, fino a quello sul campo dei servizi svizzeri, che avevano in loco almeno due agenti sotto mentite spoglie, ovvero Peter Bammatter, vallesano di Naters e vicedirettore della Dogana a Domodossola e Mario Rodoni, ticinese di Biasca residente a Varzo capo-montatore delle Ferrovie Federali.

Oltre ad assumere informazioni dai genieri tedeschi in occasioni festose e conviviali, intercettare comunicazioni telefoniche e sabotare i macchinari di scavo rallentando i lavori, gli agenti elvetici si resero protagonisti anche della sottrazione di un proietto da marina da 65 kg., portato in Svizzera con il determinante e discreto apporto del ferroviere varzese Giuseppe Casagrande, per gli opportuni studi da parte dei tecnici del genio e dell’artiglieria.

Ma ci fu anche una ulteriore azione, per nulla pubblicizzata perché in fondo si trattò di una violazione dei confini dell’Italia anche se occupata, quando il capitano dell’Esercito e ingegnere ferroviario Paul Bardet l’8 marzo precedente entrò nottetempo con un pattuglia nella parte italiana del tunnel, per una ricognizione sullo stato dei lavori.

Dalle informazioni assunte – confermate da recenti studi, fatti sui reali quantitativi di esplosivo immagazzinati nel casello – risultava già allora che in caso di esplosione del portale sud il tunnel non sarebbe stato distrutto, ma di certo lesionato in modo significativo e tale da interrompere per molti mesi i collegamenti ferroviari fra Italia e la Svizzera e di qui con l’Europa, con un evidente danno anche nella prospettiva della ricostruzione post-bellica.

Ma il rischio era notevole, nonostante accordi segreti fra gli agenti svizzeri e alcuni genieri tedeschi, così venne predisposto un piano per l’intervento dei partigiani il cui schizzo venne redatto da Gianni Brera, futuro giornalista sportivo che militava con i garibaldini, mentre l’innesco dell’esplosivo – acetone e benzolo infiammabili – arrivò a Varzo in alcuni fiaschi che apparentemente contenevano vino, portati dalla staffetta Giuseppina Rattazzi “Fiorina II”, coadiuvata dalla panettiera Rogora di Iselle, sfuggendo fortunosamente ad un controllo fascista a Crevola.

Vento e pioggia quella notte, ma alle ore 00.00 del 22 aprile 1945 reparti delle “Garibaldi” dopo aver isolato la Val Divedro catturarono e disarmarono le sentinelle di guardia al casello n. 12, poi la “Volante Alpina” agli ordini di Ugo Scrittori “Mirko” e il cap. Luigi del Btg. “Torino” trasportò con 25 uomini l’esplosivo sul greto del Diveria, lungo i binari e nei prati ed infine allontanati i partigiani, rimasti sul posto Mirko e altri tre alle ore 04.30 venne dato fuoco al tritolo.

L’ultimo sopravvissuto di quella operazione – l’allora giovanissimo partigiano Dante Hor di Bannio, ospite d’onore nella ricorrenza del 70° e poi scomparso nell’aprile del 2017 – ricordava che “… era notte ma si camminava come se ci fosse il sole, perché tutto quel tritolo che bruciava illuminava a giorno la valle …”.

L’azione fu da manuale ed ancora oggi militarmente attuale almeno per quattro ragioni: primo perché non ci fu nessuna vittima tra i civili, i partigiani ed i tedeschi, poi venne evitato lo scoppio dell’esplosivo al casello 12 e le derivanti conseguenze per il vicino abitato, ancora non si ebbero danni notevoli al tunnel ed alla linea internazionale subito ripristinata, infine non si dovette richiedere un bombardamento aereo alleato su Varzo con immaginabili effetti sul paese e la popolazione.

Non ci fu nessuna medaglia al valore per gli eroi del salvataggio del tunnel del Sempione, soltanto trenta orologi e la somma di 5.000 franchi svizzeri assegnati dalle Ferrovie federali e da dividersi fra tutti i partecipanti all’azione, mentre su quell’evento – ma solo tanti anni dopo perché prima la vicenda era ancora “top secret” – nel 1988 venne girato un film dal titolo “Dynamit am Simplon”, autore e regista lo zurighese Werner Schweizer.

Nel maggio dello scorso anno all’impresa eroica dei partigiani è stata dedicata la piazza antistante la stazione ferroviaria di Varzo, già intitolata a Luigi Cadorna e ora divenuta piazza XXII Aprile 1945.

Ma anche la Svizzera non dimentica e, se non fosse intervenuto il Coronavirus, erano programmate iniziative congiunte con partner del Vallese, anche per presentare gli studi fatti dal ricercatore e storico elvetico Raphael Rues, apprezzato veterano di lavori sulla Resistenza ossolana, studi che potranno essere approfonditi sul blog del Museo Nazionale Svizzero al sito https://blog.nationalmuseum.ch/ a partire proprio dal 22 aprile, giusto 75 anni dall’azione di commando senza vittime che salvò da sicuri danni il tunnel che dal 1906 lega i due versanti alpini.