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galletti casa

DOMODOSSOLA-01-07-2019 - L’ 8 luglio 1789 in una piccola baita

a Collorio (o “Colorio”, come si legge in diversi documenti), allora frazione del Comune di Bognancodentro, nasceva da una famiglia contadina Gian Giacomo Galletti. Il 18 maggio 1869, a Firenze, presso lo studio del notaio Ser Pellegrino Niccoli, il deputato Gian Giacomo Galletti sottoscriveva una donazione a favore della Valle Ossola, dando il via alla Fondazione che da lui avrebbe preso il nome. Il 17 settembre 1899 veniva inaugurato il monumento che la città di Domodossola aveva deciso di dedicare al benefattore Gian Giacomo Galletti, realizzato dal vigezzino Francesco Ricci davanti al Municipio. Ce n’è abbastanza perché l’estate 2019 sia dedicata a questo personaggio chiave della storia ossolana ed anche per fare il punto sul patrimonio museale e culturale lasciato da Galletti alla sua terra natìa.     Innanzitutto, qualche dato biografico, tratto dal sito “valbognanco.com” (http://www.valbognanco.com/gg-galletti ) e da altre fonti. Giovanni Giacomo Galletti nasce in una famiglia contadina, quinto figlio di Giovanni Galletti e  Domenica Giovangrande, primo maschio dopo quattro bambine. A soli dodici anni si allontana dalla casa natale per andare a lavorare come operaio alla costruzione della strada napoleonica del Sempione. A quell’epoca la val Bognanco non era certamente percorsa da strade carrozzabili: vedere un ragazzino avventurarsi lungo sentieri e mulattiere per andare a fare il manovale fa capire di che pasta fosse fatto Gian Giacomo, che dopo circa due anni abbandona il cantiere della strada ribellandosi ai maltrattamenti del suo “padrone” e varca il Sempione per conto suo. A quattordici anni decide di fare il commerciante in Svizzera. Da lì in poi « ... di lui non si sa più nulla – prosegue il sito “valbognanco.com” - fino a quando il suo nome compare sulla “Gazzetta di Milano” del 24 agosto 1826, quale proprietario con altri di una fabbrica di bigiotterie d’oro e d’argento ....». Testimonianze storiche lo indicano come merciaio ambulante in Svizzera, poi a Milano; alcune voci riferiscono della vendita di Acqua di Colonia o del commercio di pietre preziose tra le fonti di un arricchimento rapido e stupefacente, sul quale mancano del tutto notizie certe. Viene anche indicato come banchiere. A cinquant’anni decide di trasferirsi a Parigi con la giovane moglie Antonietta Piccioli, che sarebbe poi morta prematuramente senza figli. E’ già diventato ricco, ha una casa lussuosa nella capitale francese e continua a viaggiare per affari tra Parigi e Milano. “Giovanni Giacomo Galletti, fu Giacomo, nato a Bognancodentro, professione: possidente”, si legge sui suoi documenti personali. A Parigi comincia manifestare la sua propensione alla magnanimità, creando una “società di beneficenza” per emigranti italiani. Nel 1862 viene insignito della “croce dell’Ordine del Leone e del Sole di Persia”; nel 1869 è nominato Commendatore della corona d’Italia, come si legge in un lavoro di ricerca condotto da alcuni studenti ossolani qualche anno fa. Nel 1865 diventa cittadino onorario di Domodossola; il 28 febbraio 1869  è eletto deputato al Parlamento Italiano “con voto pressoché unanime degli Ossolani”. E’ in questi anni che Galletti comincia a inondare l’Ossola superiore con i frutti della sua munificenza. Il 4 ottobre 1861 sottoscrive davanti al notaio Lorenzo Dallosta di Torino l’atto di Donazione a favore di «Bognancodentro, parrocchia di San Lorenzo, nel Circondario dell’Ossola»:  diverse rendite annue per garantire assistenza sanitaria e istruzione agli abitanti del piccolo comune. Vuole che si apra una farmacia o, in alternativa, si paghi una persona che vada quotidianamente a Domodossola a reperire i medicinali. Vuole che sia presente in valle una levatrice. Per quella che egli definisce la «salute dell’anima», nel giro di poco tempo riempie Bognanco e dintorni di scuole elementari maschili e femminili. Sono ancora oggi ben distinguibili, ma non più utilizzate per il loro scopo originario; alcune sono diventate case per villeggianti. Alle famiglie povere garantisce l’istruzione gratuita, compreso l’acquisto dei materiali didattici e un po’ di pane per la ricreazione dei bambini. Galletti guarda lontano; pensa addirittura alla “ ... istruzione tecnica del primo e secondo grado e finalmente un corso complementare di studi tecnici presso Istituti di Torino o Milano o presso la scuola di Parigi ...” Cerca di combattere la dispersione scolastica finanziando borse di studio, prevedendo la denuncia per i padri che non mandano a scuola i bimbi e imponendo agli insegnanti di risiedere in valle. Non vuole preti a insegnare nelle scuole: forse è un eco della battaglia fra la Chiesa e lo Stato liberale italiano di allora, sul fronte dell’educazione. Destina 600 Lire alla fondazione di una biblioteca, ma soprattutto si preoccupa di promuovere la formazione professionale, indicando la produzione dei merletti come adatta al momento e raccomandando agli amministratori delle scuole di individuare eventuali altre attività senza spendere soldi per industrie “forzate o improduttive”. Nel 1869 Galletti fa un’altra donazione, questa volta all’intera Valle Ossola. Nelle “Tavole di Fondazione dell’Istituto Galletti” detta regole precise all’Amministrazione municipale domese: garantisce una rendita perpetua che deve essere utilizzata per “aprire e mantenere una scuola popolare d’intaglio in legno ed un corso di lingua francese”, poi “per sistemare le frane, per aumentare i posti letto all’ospedale civile, per fondare e mantenere una scuola popolare d’arte e mestieri ed un corso di lingua tedesca”. Il suo sguardo lungo lo porta a calcolare con precisione l’incremento che il capitale devoluto avrà ogni quattordici anni, così individua, per ogni successivo periodo, gli scopi cui destinare i fondi e il loro ammontare preciso: “300mila lire ... a proseguire alle opere di difesa da frane e guasti prodotti dal torrente Bogna, per la riparazione di case dei poveri, per l’ospedale e per l’ampliamento della scuola d’arti e mestieri ..... 500.000 .... a riparazioni di frane di montagna, per sistemare le vie di comunicazione con Bognancodentro, compreso la strada che mena alla Svizzera dal Monscera; per realizzare un grande edificio da servire a sede della scuola di Arti e Mestieri, all’abbellimento del comune di Domodossola ....”. Insomma, dai suoi lasciti Domodossola e l’Ossola superiore ricavano: l’Istituto Galletti di Bognancodentro con le sue scuole; la Fondazione Galletti di Domodossola, con le scuole d’Arti e Mestieri (nata nel 1882), di disegno e intaglio in legno, di lingue straniere; la Biblioteca civica oggi dedicata a Gianfranco Contini; il Gabinetto numismatico; il Museo di Storia Naturale e le Collezioni di arte e antichità conservate a palazzo Silva, acquistato nel 1882 e restaurato a spese della Fondazione; il Museo naturalistico collocato in Palazzo San Francesco, acquistato nel 1881. Le previsioni di Galletti arrivano addirittura al decimo quattordicennio, praticamente i giorni nostri, nei quali egli pensa a: “un gran Politecnico, al sicuro delle acque, con i corsi delle lingue orientali, costruire un ricovero per infermi ed impotenti al lavoro, costruire un teatro a Domodossola, provvedere all’inalveamento dei torrenti, all’apertura e manutenzione di nuove strade carreggiabili, compreso le strade provinciali e Nazionali anche dell’Ossola inferiore, quando questa sia aggregata alla superiore». Il Teatro viene effettivamente costruito e inaugurato nel 1882, in sostituzione di quello già esistente, troppo piccolo; ovviamente è dedicato al grande benefattore. Un elenco dettagliato di ciò che Galletti ha realizzato e prevedeva di realizzare si trova nella “Guida storico-descrittiva e itineraria dell’Ossola e sue adiacenze (valli d’Intra, val Canboina e valle Maggia)” di Bazzetta e Brusoni.     La Fondazione Galletti prosegue la sua attività fino a dicembre 1983; si scioglie 110 anni dopo la morte di Gian Giacomo, avvenuta a Parigi il 31 Maggio 1873. Eventi storici del ‘900 che il magnate non poteva certo prevedere prosciugano gradualmente le sue risorse finanziarie, rendendole impossibile proseguire le attività; il suo patrimonio passa al Comune di Domodossola. I musei di Palazzo Silva e Palazzo San Francesco restano chiusi al pubblico per circa un decennio. Palazzo Silva subisce importanti interventi di restauro nel 1996; tre anni prima si è formata una commissione scientifica per il recupero e il riordino dell’immenso patrimonio museale ereditato dalla Fondazione. Oggi il palazzotto rinascimentale, tornato al suo splendore originario ed alla sua destinazione museale, è regolarmente aperto d’estate; al di fuori degli orari stabiliti dall’Amministrazione comunale è visitabile su richiesta telefonando all’Ufficio cultura, ai numeri 0324 492312 oppure 0324 492313. Ospita a piano terra il “Salone delle Armi” e la “Sala di Guardia”, con armi e armature di varie epoche, le bandiere delle famiglie potenti dell’Ossola e altri finimenti. Il primo piano è allestito come una classica dimora signorile del passato: Salone d’onore con arredi settecenteschi, Saletta delle udienze con gioielli e dipinti di pittori ossolani fra il 16° e il 18° secolo, Camera da letto, Cappella con annessa Sacrestia. Il secondo piano ospita raccolte di archeologia, etnografia, scultura lignea, dipinti e costumi dell’Ossola. In futuro ulteriori interventi di risistemazione interna potrebbero modificare la collocazione dei reperti. Ben più tormentata è la storia recente di Palazzo San Francesco, ridotto a magazzino della frutta negli anni ’70, poi oggetto di infiniti lavori di restauro, interrotti e ripresi. Oggi è di nuovo sede di mostre ed eventi culturali nel grande salone a piano terra, ricavato eliminando le pareti che frazionavano l’interno dell’antica chiesa francescana su cui il palazzotto è sorto. Nello stesso spazio ospita la sezione vigezzina della pinacoteca della Fondazione. Purtroppo gli interventi di ristrutturazione sacrificano qualcosa; il sontuoso scalone di marmo bianco che conduceva al primo piano dalla porta lato ovest va definitivamente perso. I piani superiori dopo la chiusura del museo ospitano per qualche tempo uffici del Comune ma ora, a restauri finiti, l’Amministrazione cittadina vuole riportarli all’uso museale originario. Dovrebbero ospitare il Museo di Scienze Naturali, la Pinacoteca, la Sezione archeologica, la collezione di disegni e quella di Arte sacra; si ipotizza la loro riapertura per la primavera o l’estate del 2020. Il patrimonio che li arricchiva è in gran parte depositato in via Rosmini, ai piani alti dell’edificio che ospita l’attuale biblioteca civica. Anche il Teatro Galletti resta chiuso per circa un ventennio, fino al 1987: a partire da fine anni ’70 subisce un pesante intervento di ristrutturazione e i suoi bellissimi interni in stile “liberty” vengono completamente distrutti. Oggi l’amministrazione comunale progetta una nuova modifica che dovrebbe riportarli a forme un po’ più simili a quelle originarie, nel limite del possibile. Fino a un paio di anni fa esisteva anche un “Museo Sempioniano”: oggi i suoi reperti, che narrano la storia del grande traforo alpino, sono conservati nei depositi comunali e, almeno in parte, dovrebbero trovare uno spazio espositivo proprio a Palazzo San Francesco, nella sezione mineralogica.     Merita una citazione anche la casa natale di Galletti; non è in rovina ma è abbandonata, priva di qualsiasi valorizzazione, raggiungibile solo a piedi per un sentierino in salita che parte dalla strada asfaltata diretta a Pizzanco. Solo una targa marmorea sulla facciata ed un’altra più piccola e recente ricordano il suo valore storico; per il resto, non è altro che una delle innumerevoli piccole baite sparse nei nostri boschi. La sua rinascita potrebbe venire da iniziative di volontariato messe in atto da gruppi di residenti e villeggianti, come quello che da qualche anno trasforma la frazione di Boco nello scenario di una manifestazione artistica e culturale, chiamata “Boco dipinta”. L’associazione sta risistemando antichi sentieri per trasformarli in percorsi turistici; ne ha già approntati due, da inaugurare nel mese di luglio, in occasione del “Festival della Montagna” che anima l’estate bognanchese ormai da 4 anni. I suoi responsabili non escludono di poter creare in futuro un percorso turistico che coinvolga anche casa Galletti. 

Mauro Zuccari